Red Wing Operation: storia di una missione da dimenticare

Red Wing Operation: storia di una missione da dimenticare


A pochi giorni dall’uscita nei negozi del DVD – BD di “Lone Survivor”, il noto film del regista Peter Berg che racconta le fasi salienti dell’operazione “Red Wing”, proviamo con questo post ad evidenziare alcuni errori tattici che, a nostro avviso, hanno contribuito a compromettere la missione in maniera sostanziale.

Consigliamo a chi ancora non avesse visto “Lone Survivor” o a chi intendesse leggere il libro scritto dall’ex-Seal Marcus Luttrel, da cui il film è stato tratto, di non proseguire nella lettura di questo articolo in quanto le considerazioni che seguono trattano compiutamente alcuni aspetti della trama.

Ci troviamo nella provincia di Kunar, tra le montagne dell’Afghanistan. Corre l’anno 2005 e la US SOCOM (U.S. special operation command) affida ad una unità degli United States Navy SEAL , una missione con il compito di monitorare unità della milizia anti-coalizione ed accertare la presenza del relativo capo, Ahmad Shah, (un capo talebano che comanda un gruppo di ribelli noti come la “Tigri di Montagna”).

Si ritiene che Ahmad Shah sia rintanato in un villaggio ad ovest di Asadabad, vicino al confine con il Pakistan, protetto da una milizia di talebani. Poco dopo l’infiltrazione nella zona obiettivo, il team dei Seal viene avvistato da tre pastori di capre, inizialmente catturati e poi rilasciati. Si ritiene che i pastori, immediatamente dopo il loro rilascio, segnalarono la presenza dei combattenti SEAL alle truppe talebane; ne seguì un intenso scontro a fuoco che determinò la morte di tre dei quattro membri della squadra e l’abbattimento di un elicottero, inviato in supporto, con 16 persone di equipaggio; determinando il completo fallimento dell’operazione Red Wing.

Commentare una missione di questo tipo a posteriori, comodamente seduti su una poltrona, potrebbe sembrare un esercizio del tutto inutile e per alcuni versi irrispettoso nei confronti di chi ha combattuto tanto eroicamente, tuttavia riteniamo che al di là della retorica, possa essere interessante confrontarci con i nostri lettori su alcuni aspetti tattici che ci lasciano – quantomeno – perplessi, soprattutto in relazione all’elevato grado di preparazione che contraddistingue gli operatori dei SEAL.

Riteniamo che l’operazione Red Wing, nonostante la sua delicatezza ed importanza strategica, fosse viziata da anomalie rilevanti già a livello di pianificazione; era noto che la copertura radio/satellitare in zona operazioni era scarsa (lo si evince anche da quanto riportato durante il briefing pre-missione) e che avrebbero potuto verificarsi dei “mancati contatti”; posto che le comunicazioni in ambito tattico rivestono un’importanza che definire essenziale è un eufemismo, occorre rilevare che dal momento in cui il team ha constatato l’impossibilità di stabilire un contatto intelleggibile con il JTOC, su entrambi i sistemi disponibili (la radio primaria e il telefono satellitare iridium che costituiva il dispositivo di back-up) la missione avrebbe dovuto essere immediatamente abortita, con la tempestiva attuazione del piano contingente di esfiltrazione – ammesso e concesso che fosse stato previsto. Un corretto trasferimento delle informazioni di missione avrebbe consentito una precisa e rapida localizzazione del team, nonchè una caratterizzazione della forza nemica, in termini di composizione, localizzazione e armamento che avrebbe evitato – forse – l’abbattimento di un elicottero della QRF (Quick Reaction Force), colpito da un RPG. Quali alternative si sarebbero potute considerare, in sede di pianificazione?

Ce ne vengono in mente due: prevedere una seconda squadra da posizionarsi in zona sufficientemente lontana dall’area di operazioni, ma in grado di rimanere in contatto con il team operante, con collegamento “diretto” punto-punto, così da costituire un “ponte” di collegamento con il Tactical Operation Centre; oppure disporre di un mezzo aereo, orbitante ad alta quota, con le medesime funzioni.

Passiamo al secondo accadimento – che riteniamo – abbia influenzato in maniera determinante gli eventi successivi; ci riferiamo ovviamente, all’incontro con i pastori. Viene da chiedersi come possa essere possibile che una pattuglia di SEAL, in ricognizione, non sia riuscita a rilevare per tempo l’avvicinamento di tre pastori con al seguito un piccolo gregge di pecore, senza avere il tempo peraltro, di attuare movimenti elusivi per garantirsi la necessaria “invisibilità” sul campo. Ovviamente la trasposizione cinematografica, per esigenze di sceneggiatura, avrà calcato sicuramente la mano sulle modalità con cui ha avuto luogo lo sgradito “incontro”,  come del resto ha fatto in altre occasione (vedasi le roccambolesche cadute che avrebbero lasciato a terra qualsiasi essere umano), ma è indubbio che lo stesso è avvenuto e non sarebbe mai dovuto avvenire.

Qui entrano in gioco i principali errori di valutazione e di leadership. A questo punto appare chiaro che la missione risultava essere definitivamente compromessa, essendo venuti meno i presupposti di “furtività” previsti per quel tipo di impiego. Si rilevò del tutto errata la scelta, ampiamente discussa tra i membri del team, di rilasciare gli ostaggi; tale rilascio, infatti, si dimostrò essere pregiudizievole per la loro stessa sicurezza, in quanto la successiva imboscata è attribuibile, con ogni probabilità, alle informazioni che i pastori fornirono ai talebani presenti al villagio. Se da un lato le regole di ingaggio e il diritto internazionale umanitario, oltrechè motivazioni etiche, impedivano di passare per le armi civili disarmati, dall’altro risultava estremamente rischioso lasciarli in libertà; tale situazione, configurabile in quello che la nostra giurisprudenza identifica come “stato di necessità”, avrebbe fatto propendere per l’ipotesi che avrebbe causato il male minore agli ostaggi e avrebbe garantito una maggiore probabilità di soppravvivenza per il personale operante, ovvero immobilizzare sul posto gli ostaggi, legandoli e imbavagliandoli, ed esfiltrare durante il periodo che sarebbe intercorso tra il momento in cui, al villaggio, avrebbero dato l’allarme per il mancato rientro dei pastori ed il momento del loro ritrovamento.

Da anni vi sono pareri controversi circa l’effettivo numero di talebani che costituì la forza di interdizione e che prese parte ai combattimenti; molte fonti attestano questo numero sulle 8-10 unità, altre arrivano a contarne 80, numeri ben più ridotti rispetto a quelli dichiarati da Luttrel (circa 140). E’ da considerare che Ahmad Shah non era un obiettivo di alto livello – forse nemmeno di medio – tenuto conto che era appena entrato “nel radar” delle Special Operations, pertanto è lecito immaginare che disponesse di un limitato numero di ribelli sotto il suo comando; circostanza poi confermata da successive attività di intelligence e da video difussi dallo stesso terrorista. 140 elementi è un numero decisamente considerevole, soprattutto in relazione al territorio in cui si trovavano; l’Afghanistan è un territorio scarsamente popolato, oltre la valle del Korengal è praticamente “un deserto”, i pochi abitanti dei villaggi faticano a procurarsi i viveri necessari al loro sostentamento, appare quindi quanto meno singolare la presenza di una forza così numerosa.

Tuttavia non necessariamente la disparità deve essere stata numerica, la disparità può essere stata determinata dall’interazione di numerosi altri fattori, quali ad esempio la perfetta conoscenza dei posti da parte dei talebani, il loro buon acclimatamento e allenamento alle alte altitudini che unitamente alla limitata quantità di equipaggiamento, ne hanno favorito la velocità di movimento. La disparità è ricercabile anche nel maggiore volume di fuoco da parte degli “insurgents” (Ak47, mitragliatori, RPG-7), mentre il team era sprovvisto di qualsivoglia arma di squadra per il fuoco di soppressione. E’ evidente quindi una sottovalutazione delle capacità belliche del nemico, almeno in questo caso.

In ultimo – anche se forse è l’aspetto più grave, in quanto evidenzia profonde lacune a livello di gestione strategica – è da rilevare la mancata pronta risposta della QRF. In primo luogo si diede avvio alla procedura di allertamento solo al terzo “mancato contatto” e non al secondo come era stato pianificato in sede di briefing e successivamente per i ritardi dovuti all’indisponibilità di elicotteri UH-64 Apache (che data la rilevanza della missione avrebbero dovuto essere mantenuti “ready”), nonché l’assenza di copertura aerea durante tutte le fasi della missione.

Lasciamo la parola ai nostri lettori… cosa ne pensate? qual’è la vostra opinione riguardo questa valutazione? cosa aggiungereste o cosa contestereste?

A voi la parola!

 

 

 

 

Commenti Facebook